Violenza e paura degli uomini. È una questione politica

La paura degli uomini (di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, il Saggiatore) è veramente un bel libro. Il titolo, nella sua ambivalenza, è una sintesi felice delle riflessioni degli autori. Gli uomini incutono paura perché sono divorati dalla paura. La radice della violenza maschile non risiede in un’indistinta e neutra violenza generale della società capitalistica, ma nella salutare crisi della società patriarcale. La descrizione di questa crisi è, nel libro, rigorosa e puntuale. Investe tutti gli aspetti della vita: la cultura, la politica, le relazioni umane. Da questa crisi non se ne esce senza un mutamento di paradigma radicale, senza l’assunzione della teoria e della pratica della differenza. Per l’universo maschile comincia l’arduo percorso del riconoscimento della propria parzialità, percorso che segnala solo timidi e circoscritti episodi che vanno in questa direzione. Gli autori affrontano, a tal proposito, il tema, secondo me dirimente, del narcisismo maschile. E’ in questa chiave, vale a dire, in un contesto culturale e psicologico, che vanno scandagliati i dati impressionanti di violenza contro le donne perpetrati prevalentemente nella “sacralità” della famiglia. Il maschio in crisi sfugge alla sua messa in discussione e cerca con l’ausilio della propria forza di ripristinare un equilibrio, fondato sulla primazia, oramai irreversibilmente perso.

La sua “virilità” e potenza vengono messe in crisi persino dall’innovazione tecnologica che ridimensiona significativamente la sua “forza” fisica annullando così vantaggi consolidati. Sono molto belle e lucide le pagine in cui si descrive la perversa complementarietà tra le pulsioni violente maschili e le residue tracce di dipendenza femminile verso quelle drammatiche sopraffazioni. E’ la ferita narcisistica quella che sanguina nella psiche maschile e che produce un istinto “proprietario”. Da sempre gli uomini, fin dalla nascita, si specchiano negli sguardi confermativi delle donne, siano esse madri o sorelle. Sguardi amplificati dalle assenze dei padri. L’egocentrismo del genere maschile produce effetti distruttivi. E’ evidente che la fuoriuscita da questo contesto allude ad una alternativa culturale e nel pieno dispiegamento del “mondo per due”. La violenza non è dunque segnata dal censo né dalla collocazione politica. E’ maschile. E solo un processo di riconoscimento autonomo della propria colpevolezza da parte degli uomini può segnare l’avvio di una stagione nuova.
Giustamente Paolozzi e Leiss partono dal ‘68 come snodo di importanti processi di liberazione. Riflettono amaramente sull’incapacità dei soggetti di sinistra di raccogliere fino in fondo quella sfida antiautoritaria e sui meccanismi di normalizzazione istituzionale successivi. Anche io penso che dovremmo tornare con più attenzione a quella data. Infatti le destre insistono puntualmente nel produrre un’offensiva culturale contro il ‘68. Brunetta fa risalire quella data i mali (leggi, diritti e tutele) del mercato del lavoro. La Gelmini ripropone nel sistema formativo ordine e autorità messe in discussione sul finire degli anni ‘60. Tremonti ritiene decisivo cancellare il ‘68 per ridefinire un reazionario nuovo “Dio, patria e famiglia”. Le destre si sono sempre avvantaggiate dei veleni della globalizzazione. Oggi alzano la sfida e propongono una vera e propria idea di società. Autoritaria, gerarchicamente definita anche tra i sessi, socialmente dispari. Il ‘68, almeno nella sua fase, originaria, ha introdotto infatti il grande tema della libertà insieme ed oltre allo storico tema dell’uguaglianza che ha attraversato tutto il secolo scorso. Per la prima volta si è posta la questione di coniugare l’uguaglianza con la liberazione dei soggetti. Oggi si potrebbe dire, per stare alle riflessioni sollevate dagli autori, che il cuore di una nuova teoria e pratica della trasformazione sta in una dialettica permanente tra uguaglianza e differenza. Infatti, si può mai pensare, oggi, sul terreno classico del lavoro, pure in presenza di dati quantitativi drammatici in termini di disoccupazione, di rinunciare alla carica liberatoria e innovativa della presenza delle donne che muta qualitativamente le forme dell’organizzazione della produzione e del lavoro medesimo? L’ideologia dell’impresa, portatrice di una presunta universalità e centralità della propria cultura, tende a negare autonomia, tempi, bisogni, desideri alle donne. La critica di genere, nella sua autonoma espressione, produce effetti liberatori, è lievito per una rifondazione della democrazia e della politica. Il conflitto tra i sessi, come spiegano Paolozzi e Leiss nelle pagine conclusive, «non è eliminabile, ma può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro inedito». Gli autori ci raccontano di una sinistra, in tutte le sue articolazioni, prigioniera della crisi della politica, della crisi della rappresentanza, della crisi di progettualità. Difficile dar loro torto. Anzi con loro bisognerà convenire che da questa crisi non se ne esce senza quello “incontro- scontro inedito”. Il rischio è quello di una restaurazione culturale, politica e sociale. Già oggi se ne avvertono tutti i sintomi. Nelle forme di convivenza, nelle relazioni sociali, nel rapporto sempre più diretto delle gerarchie ecclesiastiche con la produzione legislativa di questo paese. Una politica debole non è più in grado di mediare né con le imprese né con la chiesa. Anzi da impresa e chiesa cerca legittimazioni. E così una casta politica, imprenditoriale, sacerdotale (prevalentemente composta da uomini) decide sulle sorti dei soggetti sociali e sui loro corpi. Sui corpi delle donne si gioca, anche per questa via, il ripristino di vecchie gerarchie e vecchie egemonie culturali. “La democrazia ha bisogno di incarnare la differenza dei sessi per mantenere un legame con il popolo…nel ‘68 una generazione aveva assaporato il gusto di disobbedire. Negli anni ‘80, lo schema si è rovesciato e la disobbedienza ha lasciato solo un’illusione di libertà: di impresa, di opinione, di informazione. L’Italia diventa sempre più profana”. Un grande sociologo, Alain Touraine, citato nel libro, sostiene che «ormai il destino di un mondo migliore è in mani femminili. Sta agli uomini prenderne atto».

“La paura degli uomini”
Alberto Leiss, Letizia Paolozzi
Il Saggiatore pp. 158, euro 13

Gli Altri - mercoledì 2 dicembre 2009