“Basta zercar” (Fazi Editore) di Gianni Cuperlo è sinceramente un bel libro.
Scrittura brillante, a tratti innovativa, prosa secca che intervalla citazioni colte a vissuti quotidiani che illuminano l’analisi della vicenda politica, sociale e culturale del paese degli ultimi anni fino alla disperante attualità. Tanta autoironia e un insolito quanto piacevole brusco alternarsi di abissi di razionale pessimismo e vette di ottimismo della volontà. Ma nessuno sia tratto in inganno: l’arguzia sottile e raffinata diffusa nel testo rende solo più gradevole la profondità di analisi e l’indubbia forza della proposta politica.
La prima parte del libro è una spietata critica della debolezza culturale e dell’assenza di prospettiva strategica con cui è nato il Pd, tanto più efficace perché fotografata dal punto di vista privilegiato di un apparente protagonismo. Una sorta di protagonismo involontario. La sintesi della fulminea leadership di Veltroni è netta: “Meno comunità, meno idee e un’ossessione del nuovo”. Poi la sconfitta: “Un partito senza un popolo a seguirlo si riduce ad una sigla ed un popolo senza guida si sperde”.
Cuperlo critica, in assoluta controtendenza nel Pd, la cultura pragmatica e l’assenza di un progetto di alternativa di società: “Innamorati dalla comunicazione abbiamo svuotati gli uffici studi e riempiti gli uffici stampa”. Investe con determinazione su una moderna riedizione del tema dell’uguaglianza impastata da forma avanzate di libertà ed autodeterminazione dei soggetti. Ripianta la struttura democratica del paese nelle solide radici della Resistenza e dell’antifascismo e propone una lettura del successo delle destre in una sorta di continuismo culturale con una storica tendenza antistatale che assume ciclicamente i connotati dell’antipolitica.
Quest’ultima tesi meriterebbe una riflessione più approfondita. Pur cogliendo indubbie verità, sembra oscurare il carattere inedito della presa populistica propria del berlusconismo e rischia di sottovalutare il tentativo di costruzione di una società nuova gerarchicamente definita con caratteri a volte apertamente reazionari. Basti osservare le politiche autoritarie sulla formazione, la legislazione ferocemente antiegualitaria di Brunetta e Sacconi, l’assalto culturale al ‘68: l’affermarsi, insomma, di un nuovo “Dio, patria e famiglia” come spesso profetizzato da Tremonti.
In materia economico-sociale, l’autore si attesta su di un solido impianto neo-redistributivo, ma non affonda la critica a questa globalizzazione sino a disegnare una reale alternativa. Il liberismo ha fallito, ma la globalizzazione neoliberista ha un’alternativa solo reazionaria. Eppure in questi anni un movimento di massa su scale globale ha criticato alla radice gli effetti perversi e i veleni introdotti da questa forma internazionalizzata del capitalismo. Senza una critica a questo capitalismo e in assenza di una reale alternativa di società, il populismo reazionario e quello delle piccole patrie rischiano di avere permanentemente il sopravvento. La critica alla globalizzazione può ragionevolmente essere il terreno di una battaglia politica e di egemonia culturale tra diverse opzioni che scelgono comunemente un’alleanza per costruire l’alternativa alle destre.
Il vero problema, però, è che le tesi esposte da Cuperlo, in questo Pd, semplicemente non esistono. Il Pd è passato dal nuovismo a una riedizione oligarchica delle alleanze che sembra uscita da qualche cassetto della storia della prima Repubblica senza avere come protagonisti i “giganti” di quel ciclo politico. Dall’autosufficienza alla dipendenza da Casini.
Ma allora perché le tesi di Gianni Cuperlo non diventano oggetto di discussione politica nel Pd? Solo perché Gianni non è capace di “fare un intervento in cinque minuti?”.
Qui le cose si complicano: investono persino una sfera emotiva e psicologica. Conosco Cuperlo da quasi trent’anni. Abbiamo fatto una straordinaria esperienza politica comune nella Fgci. E’ rimasto un affetto che non si è allentato nonostante i silenzi, il tempo, le strade diverse percorse. Gianni è il rovescio dell’opportunismo. Un altro con le sue qualità avrebbe fatto ben altra “carriera” nel Pd. C’è una sorta di ritrosia, di pudore, di idiosincrasia verso i riflettori che gli impedisce di far valere le sue ragioni, la sua cultura innovata, le sue intuizioni. Credo che sia, paradossalmente, il lascito indelebile delle sue terre, il segno del primo rapporto con la politica, il suo calore e l’umanità, il contatto con quel operaio triestino che gli ha ispirato il titolo del libro, a segnarlo nella sua immagine pubblica e privata. Ma è anche l’evidente incapacità di un gruppo dirigente storico che proviene dal Pci a produrre un reale rinnovamento politico. E, su questo punto, nelle pagine conclusive del libro, Gianni cita un po’ enigmaticamente una bella frase di un Bobbio sessantenne alle prese con i primi vagiti del ‘68: “Sarebbe stolto, oltre che vano, imbellettarsi per far scomparire le rughe e fingere una gioventù che abbiamo alle spalle”. La leggerezza della scrittura con l’ausilio della citazione è la critica raffinata di Gianni a chi, anche oggi, “s’imbelletta”.
Noi che stiamo provando, non senza difficoltà e contraddizioni, a ricostruire una sinistra, attendiamo (attesa vana?) di confrontarci con un partito che faccia proprie le sue innovazioni.


