Il centrosinistra, la terra di Agramante
di Franco Giordano su “Gli altri” del 9 aprile 2010
Il 29 marzo la realtà ha superato ogni fragile fantasia e distrutto ogni residua illusione. Il fronte democratico, e tantomeno quel che resta della sinistra, non ce la faranno mai a battere le destre e la loro egemonia provando ad inglobarne qualche pezzo nella speranza di annacquare i veleni più letali delle loro culture. Né servirà a nulla negare la clamorosa sconfitta aggrappandosi a qualche decimale, contrabbandato come segnale di una improbabile inversione di tendenza. Non c’è più data una rendita consolatoria. Tutti i partiti del centrosinistra mostrano impietosamente la consunzione di un ciclo politico che affonda le radici nella storia importante e gloriosa del secolo scorso. L’istinto autoassolutorio è funzionale solo a una banale autoconservazione. Lungi da me, però, la ricerca del capro espiatorio. Sono tra le persone meno indicate, per esperienza, ad attivare questo tipo di pratiche cannibalistiche. Per queste ragioni avverto anche una siderale distanza dai rituali sempre identici e strumentali del dibattito ciclico, perché cicliche sono le sconfitte, del Pd. Nel fronte democratico mancano i fondamentali: un’idea alternativa di società e un’idea innovata, oggi drammaticamente urgente, di forme organizzate in cui far valere partecipazione, democrazia e istanze di trasformazione. Un’idea di sé e un’idea del mondo. Il Pd non critica, drammaticamente, il capitalismo contemporaneo. Un pezzettino di sinistra, invece, critica un capitalismo che non esiste più da decenni. Verrebbe da dare ragione a Ruffolo quando afferma che il capitalismo oramai «ha…. i secoli contati». La crisi economica e sociale del paese arriva al suo stadio più drammatico. Si impenna la disoccupazione. I giovani invecchiano nel precariato diffuso e di massa. O tornano a emigrare. Le retribuzioni, come le pensioni, sono tra le più basse d’Europa. Un vecchio modello di sviluppo mostra la corda e si tenta, al contrario, di rianimarlo incentivandone gli aspetti più distruttivi. Competitività di prezzo, contrazione del costo del lavoro, deregolazione di ogni tutela. Si approfitta della crisi per alterare i rapporti di forza e cancellare ogni forma, individuale e collettiva, di autonomia del lavoro. Dall’attacco all’art. 18, su cui è intervenuto meritoriamente il presidente Napolitano, al contratto collettivo dimidiato, agli accordi separati. A fronte di un’imponente ristrutturazione autoritaria dei poteri, si registra un silenzio assordante delle opposizioni e una inadeguatezza del sindacato. Il paese scivola verso un declino economico, culturale, sociale, persino morale. Non emerge una possibile alternativa. Oggi, voci autorevoli del Pd si apprestano al confronto sul presidenzialismo. Il centrosinistra è la terra di Agramante. Nel nord la crisi ha sottratto consensi a Berlusconi ma, in assenza d’altro, come vasi comunicanti le ampolle del Pdl si svuotano a vantaggio di quelle capienti della Lega. Se prima, come ci ha lungamente spiegato Aldo Bonomi, la Lega rappresentava la valorizzazione conservatrice e statica dell’identità territoriale e Forza Italia garantiva una valorizzazione del sistema delle imprese di quel territorio nello scenario della globalizzazione, oggi la crisi globale piega l’accento sulla chiusura territoriale con il corredo sempre più livido di paure e rancori. Si alimentano sentimenti di odio verso ogni straniero che minaccia integrità e benessere. La Lega, ben radicata nei territori, avvolge questi sentimenti primordiali in politiche conservatrici, a volte apertamente reazionarie. Dalla xenofobia al razzismo. Dal federalismo fiscale (la ricchezza resta al nord) al controllo proprietario e maschile dei corpi delle donne, con la vicenda della pillola RU486, in connessione con le posizioni più intransigenti e retrive delle gerarchie ecclesiastiche. Il Carroccio rompe gli argini degli insediamenti tradizionali. Scende minacciosamente nelle regioni centrali, conquista il territorio con una facilità pari solo all’immutabilità delle politiche di chi quelle regioni le governa da sempre. Quel sistema di governo e di consenso mostra delle crepe (dalla esplosione dei grillini alla crescita della Lega), ma nessuno pone la questione di una innovazione. Si perdono il Lazio, la Campania, la Calabria. Che altro deve succedere per porsi il problema di un ripensamento generale e radicale della politica del centrosinistra? Nichi Vendola, unico vero vincitore nel campo del centrosinistra, coglie secondo me la questione più vera e cruda: i partiti della sinistra, così come li abbiamo conosciuti nel Novecento, hanno esaurito la loro funzione. Da luogo di socialità e partecipazione sono divenuti luoghi di competizione. Comitati elettorali personalizzati. Aggregati correntizi, spesso tenuti in vita da legami istituzionali. Si sono cancellati il lavoro e il conflitto dalla politica. La tensione morale verso un’alternativa si è spenta perché è mancata l’alternativa. In alcune realtà sono sopravvissute, un po’ pateticamente, le ideologie, bandite le une contro le altre, e sono diventate caricature delle grandi narrazioni del passato. La passione civile prende altre strade. La politica si passivizza e si spettacolarizza. Diventa tanto debole da dover cercare legittimazione ovunque. Se sei equidistante tra lavoro e impresa, alla fine nel contatto con quest’ultima ci può pure scappare un qualche tornaconto personale. E così le sofferenze sociali da collettive diventano individuali. Angosce esistenziali. Mancano i luoghi di socializzazione delle esperienze di lotta, delle vertenze, delle relazioni umane. In Puglia si è respirata un’altra aria. Il territorio è stato valorizzato da una buona pratica di governo e dal rovescio dell’identità chiusa e reazionaria dei leghisti. Si è scelta un’identità aperta, inclusiva. Si è valorizzato il rapporto con l’altro, il diverso, gli scambi con il Mediterraneo. Si è prosciugato il bacino della paura del nemico e si è riaccesa la passione per la politica. È tornato il bisogno di futuro per fuggire dall’abuso del presente. Si sono diffuse le “fabbriche di Nichi” come luoghi di politica, di espressione culturale, di socialità . Si è vinto senza negare il volto di una sinistra rinnovata. Il simbolico ha illuminato la concretezza del buon governo. La piazza ha tornato a riempirsi di passione ed è rimbalzata nel web senza soluzione di continuità . El Paìs ha commentato, in bella evidenza, che la sinistra ha perso, ma ha trovato un leader. Noi, di sinistra Ecologia e Libertà , dobbiamo essere il lievito di una nuova politica e dell’ambizione di una nuova grande sinistra. Guai a chiuderci nel recinto e nelle liturgie di un partitino. I risultati elettorali parlano chiaramente anche delle nostre difficoltà . Non siamo immuni dalla crisi del sistema dei partiti: siamo parte di essa. Questa volta in un contesto sociale, politico e culturale drammatico è stato dimostrato che si può battere un sistema di potere. Si può cambiare, si può riformare la politica, rompere la passività , riconnettere i mezzi ai fini. Non ci si può rassegnare a quello che Pietro Barcellona ha indicato in una critica disperata alle società contemporanee, come il “furto dell’anima” Questa volta dalla Puglia parte un progetto che deve contagiare il paese.


